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giovedì, 18 giugno 2009
 
Se cuesto e un'uomo.


Ho avuto incarico dall’on. Xxxxx Xxxxx di intraprendere ogni opportuna iniziativa giudiziaria nei vostri confronti per l’articolo pubblicato oggi, 12 giugno 2009, col titolo “X xxxxxxx xx Xxxxxxxxx”, nel quale si fanno arbitrari, non veritieri e insinuanti riferimenti diffamatori al mio assistito.

Nel diffidarvi ad astenervi in avvenire dal coinvolgere l’on. Xxxxx Xxxxx in fatti in cui è del tutto estraneo, lo stesso, per mio tramite, dichiara di non conoscere né direttamente né indirettamente i citati signori Xxxxxxxxx e Xxxxxx e di non essersi mai interessato, in nessuna veste, della vicenda oggetto dell’articolo.

Avv. Xxxxx Xxxxxxxxx



Ti è andata male, caro coso. Per un pelo, ma ti è andata male.
Vedi, una o due settimane in più e di quelle intercettazioni, di quelle scottanti parole che ti inchiodano alle tue responsabilità, avrei al massimo potuto farne carta da culo. Una o due settimane al massimo e avrei dovuto tenermele strette, strettissime, chiuse a chiave nelle profondità del cassetto meno in vista, guardarle ogni tanto e mordermi il labbro per l'opportunità sprecata che avrei avuto, pubblicandole, di avvicinarmi ulteriormente a quel premio Pulitzer al quale aspiro entro massimo cinque anni.
Ancora due settimane e quell'infame puttanata della legge sulle intercettazioni mi avrebbe messo coi coglioni nel cassetto. Ancora due settimane e invece niente. Tutto pubblicato. Tutto nero su bianco. E giù bava alla bocca da parte dei tuoi accoliti.

E quindi t'è andata male, caro coso. T'è andata male che il mio pallino da sempre fossero quei milioni di tonnellate di cemento che a minchia piena avete distribuito su questo territorio martoriato, tu e tuo fratello, tu e tua cognata, tu ed i tuoi sodali. Su questo territorio che sembra una Cambogia. E quanto questa cosa ti faccia tremare il culo è testimoniata dal fatto che il giornale era in edicola da quanto? Mezz'ora? E già nella capitale tu sapevi. Da mezz'ora nelle edicole della città ventosa e tu già sapevi, settecento km più sopra.

T'ha detto male. Te lo dico così, alla romana, che sarà l'inflessione che parli adesso, adesso che ti sei trasferito in pianta stabile nella capitale, a poggiare il culo sulle sedie luigi sedici di Montecitorio, a porre altri tasselli nel catastrofico programma del tuo padrone, ad omaggiare e riverire quell'omuncolo che non è più merda di te solo perchè almeno la vita la aferra per le palle, e non si accontenta delle briciole come te e tutti i camerieri col doppiopetto da onorevole che ogni giorno si picchiano per avere il privilegio di fargli bidè palle e culo con la lingua.

T'ha detto male, caro coso. E te lo dico con l'inflessione con la quale molto probabilmente tua moglie urlerà "sono la tua porca" allo stallone di turno, indaffarata com'è ad organizzare e presenziare alle feste mentre tu sei via. D'altronde, con quella faccia da parrino dove cazzo volevi andare? Giusto in parlamento ti prendevano. Basta osservarti per trenta secondi per rendersi conto che in quegl'occhi la scintilla della creazione di brillarci dentro non ci ha mai nemmeno provato. Così va la vita, coso.

Ti ha detto male, caro coso.

Ti ha detto male, per una volta che non hai trovato stronzi appecoronati per i quali i delitti non hanno mai mandante e nemmeno esecutore, per i quali il "sacco delle colline" sul quale filosofeggiano con una mano sulla tastiera e l'indice ed il pollice dell'altra a stringersi la minchia (perchè è chiaro che più di tanto non c'hanno di che stringere), è un'entità metafisica da tirare in ballo senza però nominare mai i colpevoli. Nome, cognome e delitto.

Ti ha detto male, caro il mio coso. Ancora due settimane e l'avresti fatta franca, ci pensi? Ancora due settimane e le voci di quei due avanzi di galera che ti chiamano in causa, che pronunciano chiaro il tuo nome, il tuo cognome, la tua carica ed il tuo coinvolgimento, sarebbero stati costretti all'oblio per sempre. Una sfiga della Madonna, caro il mio coso. Ne sono consapevole.

T'ha detto male, caro il mio coso. Perchè si, è vero, avete vinto voi, ci avete chiuso le palle nel cassetto e da domani in poi non potremo più raccontare con dovizia tutte le puttanate che fate. Ma noi sappiamo. Noi sappiamo, in un modo o nell'altro. Sappiamo ora e sapremo anche domani. E vi guarderemo negli occhi. Esattamente come ho scritto nel post quiggiù.





Adesso pensa bene a queste parole, coso. Pensaci, se ci riesci. Oppure paga qualcuno che lo faccia per te. Non l'avvocato che mi scrive quel cumulo di minchiate e mi "diffida", che a occhio e croce non mi pare proprio una cima. Paga qualcuno che pensi per te. Qualcuno non dico intelligente, ma almeno abbastanza furbo da pesare tutte le opzioni e ragionare sull'opportunità o meno di procedere con la querela.

Perchè vedi, mio caro coso, non so quanto ti convenga arrivare davanti ad un giudice e poi doversi trovare a spiegare perchè quello che ho riportato (e che è stato ritenuto attendibile da un Pm e da un giudice delle indagini preliminari, talmente attendibile che hanno mandato ai domicilari un magistrato per quelle parole che tu mi contesti) è passibile di querela. Perchè di certo un giudice te lo domanderà se e quante minchiate ho scritto, come sostiene il tuo azzeccagarbugli. E quando te lo domanda tu cosa gli rispondi? Che non conosci il socio in affari di tuo fratello che ti chiama in causa e spiega come e perchè sei coinvolto fino alla punta dei capelli (che non hai)? Che non ti sei interessato di tutta la faccenda, mentre un tizio che la faccenda l'ha progettata, ci ha messo i soldi ed è in affari con tuo fratello invece rivela il contrario? Sul serio vorresti spiegare questo a un giudice?

E quindi pensaci bene, coso. Cento volte pensaci, non una sola. E se hai le palle vai avanti. Portami davanti ad un giudice. Poi vediamo chi ce l'ha più grossa.

Che poi probabilmente sarà l'unica volta nella mia vita in cui avercela più grossa più che soddisfazione mi farà bestemmiare più forte. Perchè se il giudice prova che la tua querela è strumentale a cacarmi il cazzo, che la diffida del tuo azzeccagarbugli non serve ad altro che a rompere i coglioni alla mia libertà di cronista, io potrei solo bestemmiare iddio. Perchè, essendo tu un parlamentare, la querela temeraria non posso intentartela contro. Perchè voi stronzi che state a Montecitorio un'autorizzazione a procedere a mia memoria non l'avete mai concessa. Tra pezzi di merda ci si aiuta eccome.

E quindi siamo qui, caro il mio coso.
Tu mi quereli.
E io me ne fotto.
Tu mi diffidi.
E io me la granmino.
Fattelo spiegare da tua moglie cosa significa, sono sicuro che non avrà difficoltà a capirlo.





Garantisce Mister TheGoblin | giugno 18, 2009 21:45 | commenti (7)


venerdì, 12 giugno 2009
 






"Ma va laaaaaa".

Che a pensarci bene, è una frase che sa proprio di epitaffio. Il chiodo finale nella bara di questa minchia di nazione che è stata la culla della civiltà e ora si è ridotta a un immondo troiaio pieno di nani, ballerine, magnacci e leccaculo.

Mavalà.

Come ribatti a uno che tu gli poni una domanda, gli chiedi una cosa qualsiasi e lui ti risponde "ma va laaaa"?
Come lo puoi combattere, senza spaccargli il setto nasale con una testata?
Come puoi instaurare un dialogo senza infliggere pene medievali al suo culo?
Cosa gli controbatti?
Che argomento gli sollevi?
Quale dibattito semantico gli puoi opporre?
Niente.
Zero.
O lo picchi come Dio comanda (e Dio nel vecchio testamento lo comandava eccome) oppure niente, fai appello alla sezione zen del tuo cervello, spegni quella corleonese e rendi inoffensiva quella balcanica e abbozzi.

Ecco.

Quest'uomo è l'emblema della definitiva decadenza e morte di quella civiltà che duemila anni fa dominava il mondo. Se Cesare Ottaviano Augusto vesse saputo che un giorno avrebbe prodotto quest'aborto con un insopportabile accento veneto, probabilmente si sarebbe tagliato i coglioni. Che se uno va a spulciare bene, si accorge che 'sto aborto qui in gioventù era liberale. Liberale. Quelli che "nel corpo e nella mente ognuno è sovrano". Quelli che lo stato meno legifera meglio è. Quello.

Pare incredibile, ma è così. Vedi tu se io, siciliano con la scoccia, devo farmi dettare politica, costumi, regole e diritti da una faccia di cazzo come questa, con quel suo insopportabile accento padovano, con quella spocchia da primo della classe virato polentone che sembra uscito da uno di quei film con Guido Nicheli che interpreta il cumenda. Cose da bestemmiare. ma forte, proprio.

E quindi? Quindi niente. Inghiotti. Ti organizzi. E poi entri in clandestinità.

E quindi qui c'è l'editto.

Bop comunica fin d'ora che:
- dovesse passare il vergognoso decreto legge sulle intercettazioni
- giusto per rendere onore al mestiere per il quale si fa il culo per una ventina di ore al giorno
- per il quale si è inimicato almeno mezza città
- per non venire meno ai principi grazie ai quali la mattina non è tentato di caricare uno scracco contro lo specchio che riflette la sua immagine
- per quel residuo di dignità che gli resta mentre tutt'attorno vede solo gente che pagherebbe per vendere qualche grammo di buco di culo e leccare le palle del potente di turno

entrerà in clandestinità e avrà cura di pubblicare tutto ciò di cui verrà in possesso, siano essi intercettazioni, ordinanze, informative e tutto il cazzutissimo resto.

Giusto per il gusto impagabile di guardare negli occhi gente che in un mondo normale dovrebbe stare in galera a proteggere il buco del culo dagli assalti dei compagni di stanza che attentano alla loro verginità anale, giusto per il gusto di guardarli negli occhi mentre scendono dalle Audi blu ministeriali, giusto per ghignargli in faccia e mandargli subliminalmente il seguente messaggio.

So chi sei.
So che hai fatto.
So chi ti ha aiutato.
So con chi parlavi.
So a chi hai fatto il bidè palle e culo.
So quali ruote hai oliato.
So quali puttanate hai commesso.
So come l'ìhai fatta franca.

Lo guarderò negli occhi e per un momento, un brevissimo momento, mi piacerà vedere quel sorrisetto del cazzo che vacilla, quella prosopopea che si sgretola, quella sicumera che viene meno.

Quel buco del culo che si stringe.

Anche solo per un secondo.

A cazzo drittissimo.

E poi vediamo chi ce l'ha più duro.




Garantisce Mister TheGoblin | giugno 12, 2009 18:08 | commenti (4)


domenica, 24 maggio 2009
 

(clic)


So tenderly
Your story is
Nothing more
Than what you see
Or
What you've done
Or will become
Standing strong
Do you belong
In your skin
Just wondering.


Non ricordo di aver mai visto una foto in cui Giovanni Falcone non sorridesse.
Un sorriso complice, o uno beffardo, o ancora, uno sardonico. A anche solo un sorriso felice.
L'ho sempre visto col sorriso a dare luce a quel viso paffuto, da buontempone, da uno al quale non daresti tutto 'sto credito, senza conoscerlo.
Poi dice che le apparenze non ingannano.
Tu guardi una foto di Giovanni Falcone e potresti tranquillamente scambiarlo per uno zio di quelli che raccontano quelle barzellette un po' così, lo zio che s'è sposato tardi e giusto perchè in paese non si mormorasse, lo zio che torna dal lavoro, inforca le pantofole e scava ancora di qualche millimetro al giorno l'impronta del culo impressa sul divano di fronte alla televisione.
Le apparenze.
Giovanni Falcone sorrideva sempre, nonostante il peso di queli due enormi coglioni di ghiaccio che si portava dietro, per la consapevolezza del suo ruolo e per l'ancora più grande consapevolezza che un giorno quel suo ruolo glielo avrebbero fatto pagare salatissimo. Sorrideva, Giovanni Falcone. Nonostante tutto. Nonostante i corvi, i veleni, i doppiopetti ministeriali che lo sgambettavano, nonostante la palude e la zona grigia, nonostante l'invidia e la vendetta.
Nonostante tutto Giovanni Falcone sorrideva.
Ha ragione Clint Eastwood.
Ha ragione il vecchio bastardo texano quando canta, no, non canta, ringhia basso e stanco che la tua storia è nè più nè meno quello che vedi e quello che hai fatto e quello che sei diventato.
La tua storia è una manciata di foto sulle quali c'è stampato un sorriso ascetico, un sorriso che probabilmente Dio ha mandato in un'afflato di benevolenza, una volta tanto, e giustamente l'uomo che è una merda per definizione ha fatto di tutto perchè quel sorriso si spegnesse. La tua storia è la lezione sulla quale oggi stanno pisciando, la lezione della quale oggi farsi beffe e riderci sopra con prosopopea è segno di avercela fatta, di averla fatta franca.
Perchè è così che si fa, e tu hai perso tempo, Giovanni Falcone.
La tua storia è quello che sei diventato. Polvere. Cibo per i vermi. Un ricordo sbiadito, un fardello imbarazzante, una reliquia da appuntare sul bavero del completo grigio ministeriale due volte l'anno e poi da riporre nel fondo di un cassetto, perchè tutti se ne dimentichino.
Il problema è che c'è chi non dimentica, non si rassegna, non perdona. C'è chi ogni anno, ogni cazzo di 23 maggio si incazza, bestemmia, grida, digrigna i denti, impazzisce perchè dopo diciassette anni quei rottami sparsi lungo trecento metri d'autostrada sventrata che sembrava Beirut, quei rottami gridano ancora vedetta dopo diciassette anni. Gridano vendetta e giustizia, non perdono, non amnistie, non indulti, non lodi alfani. Standing strong. C'è ancora un pugno di disperati che ci crede, e si fa il sangue acido e il fegato marcio. E il 23 maggio ce l'ha segnato sul calendario tipo il venerdi di Pasqua.
Perchè, come sempre, Clint Eastwood ha ragione. Do you belong in your skin. Certe cose si hanno dentro. Sotto la pelle. E non si cancellano.
Come un sorriso.




Gentle now
The tender breeze
Blows
Whispers through
My Gran Torino
Whistling another
Tired song
Engine humms
And bitter dreams
Grow heart locked
In a Gran Torino
It beats
A lonely rhythm
All night long
It beats
A lonely rhythm
All night long
It beats
A lonely rhythm
All night long

Quando è una di quelle notti, l'unica è andare. Andare, senza sapere dove. Andare e basta. In sella ad Alice, con la fortuna di poter guidare per quaranta km senza che l'odore del mare i abbandoni mai. Andare e pensare. Pensare che 'sto cazzo di vecchio texano sembra aver scritto la canzone perfetta per una di quelle notti, e che se solo sostituissi Gran Torino con Kawasaki sembrerebbe proprio averla scritta per me, per una di quelle notti. C'è la brezza gentile che sussurra contro il cupolino accigliato di Alice, c'è il suo motorone che ringhia basso e sornione, e cos'è il borbottio cupo di un quattro in linea se non una canzone stanca alle due di notte, una melodia che batte un ritmo solitario tutta la notte? Un ritmo che combatte quel tarlo che martella la tempia, che ti fa stare male tutto il giorno e pure la sera, pure la sera che nemmeno quando sei in compagnia di un angelo ti lascia libero. E quindi corri, corri veloce, con il tema di Gran Torino a indicarti la strada e gli Zeke nelle orecchie a sigillarti le sinapsi, che se ci pensi ancora, a quanto è bastardo il mondo, finisce che davvero combini qualche guaio.
Succede ogni 23 maggio, da diciassette anni, e non serve non pensarci, non serve cercare di farsi crescere dieci centimetri di pelo sullo stomaco. Non serve foderarsi le budella di ottone.
Non serve a un cazzo.
Perchè c'è una canzone di un texano con gli occhi di ghiaccio che c'ha sempre ragione a ricordartelo, e farti tornare le lacrime agli occhi, a ricordarti di Francesca Morvillo e Giovanni Falcone e di Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, e dello sputo in faccia alle autorità che la moglie di Vito, Rosaria, ha caricato infrangendo l'etichetta e parlando col cuore in mano e con le lacrime di chi sa, non dimentica e non perdona.




Realign all
The stars
Above my head
Warning signs
Travel far
I drink instead
On my own
Oh,how I've known
The battle scars
And worn out beds

These streets
Are old
They shine
With the things
I've known
And breaks
Through
The trees
Their sparkling

E insomma, finisce come ogni anno che mi lascio travolgere dagli avvenimenti e come sempre, quando non ho una risposta, e soprattutto quando non ho una risposta ad una domanda che non avrei mai voluto porre, lascio che sia una canzone a parlare per me. E siccome ho un discreto culo, finisce che a rispondermi mentre alzo gli occhi al cielo e sospiro col groppo in gola è Clint Eastwood e Jamie Cullum.
E mentre trotterello col mare a fianco dopo aver esagerato con l'acceleratore e consumato un po' di gomma in maniera irresponsabile, mi torna in mente quel sorriso, e la fine che ha fatto quel sorriso, e la virulenza con la quale si sta devastando il lascito di chi quel sorriso ce l'aveva sempre stampato in fa
ccia. E l'impeto distruttivo di spalancare di nuovo la manetta, di sganciare la sicura al polso, di pensare "si, mavafanculo, dai" si fa più forte. Più forte e inutile.




May I be
So bold and stay
I need someone
To hold
That shudders
My skin
Their sparkling


Poi ti guardi indietro, non di molto, giusto di ventiquattrore, e capisci quel malessere esistenziali che imputavi al tempo, allo scazzo, a qualcosa che potesse avere un senso.
Perchè ammettere che certe cose possano farti stare male, male fisicamente, a distanza di diciassette anni, a distanza siderale da tutto quello che oggi conta, è imbarazzante e pure ridicolo, a raccontarlo.
E quindi lo tieni per te, e il massimo che ti permetti di fare è inforcare Alice a mezzanotte, respirare a pieni polmoni l'area di mare di fine maggio, spegnere il cervello per un paio di curve alla kamikaze favorite da quei demoni degli Zeke che ti urlano nelle orecchie a volume da ottundimento sensoriale, e imputare le lacrime al gran vento che ti sbatte contro mentre acceleri ben oltre i limiti oltre i quali scatta la polverizzazione della patente. Colpa del vento, sen'altro.
Un sorriso in fotografia e il ricordo di come sia finito non può far piangere.
Non a trentasei anni.
Non nel 2009.



Your world
Is nothing more
Than all
The tiny things
You've left
Behind


E poi finisce tutto, finisce la sinestesia, finisce il ricordo, finisce il peso sullo stomaco e il groppo in gola, finisce la compagnia catartica di Alice, e rimane quella data, quel sorriso, quel ricordo, quell'insegnamento.
A testa alta, a sguardo fisso
negli occhi, a voce ferma e stentorea, a cazzo dritto, sempre dalla parte dalla quale è giusto che si stia.
Non credo che tutta sta puttanata sia il miglior epitaffio che Giovanni Falcone abbia avuto.
Personalmente, è quello che sentivo di dovergli.
Per tutti i sorrisi che non ha mai lesinato ad un mondo che non lo meritava.
Alla fine, "il tuo mondo non è nient'altro che tutte le piccole cose che hai lasciato alle spalle".
Un sorriso.
Per l'appunto.
Diavolo di un texano dagli occhi di ghiaccio, cazzo se c'hai ragione. Come sempre.


















Garantisce Mister TheGoblin | maggio 24, 2009 03:32 | commenti (3)


venerdì, 15 maggio 2009
 

Era il 1996, ero giovane e pieno di speranze.
Ero pure parecchio ingenuo, e non brillavo per selettività. Assorbivo, diciamo. E assorbi assorbi, mi è capitato di assorbire anche Isabella Santacroce, che giusto in quel periodo in cui io ero decisissimo ad assorbire, aveva deciso di cacare il suo primo romanzo.
Fluo, si chiamava.
Aveva la copertina fucsia.
E grazie al cazzo, si obietterà, visto che il romanzo si chiamava Fluo. E insomma. C'era il piccolo, ventitreenne, sprovveduto, cusioso, onnivoro Bop che entra da Ciofalo e ne esce con Fluo di Isabella Santacroce e Paura e disgusto (non delirio, vaffanculo, disgusto. "Loathing" significa disgusto, non delirio) a Las Vegas di Hunter S. Thompson, che un dio, uno qualsiasi, lo abbia in gloria.
C'era questo pomeriggio di fine maggio, di quei pomeriggi che sembra che ti chiamino, che pare proprio che abbiano un magnetismo tale che ti spinge ad uscire a non fare un cazzo di altro che non sia respirare. Uno di quei pomeriggi. Uno di quei pomeriggi nei quali l'unico elemento di contatto col mondo era l'ossigeno e la vespa verde, praticamente.
E due libri, che avido e impaziente iniziai a sfogliare due minuti dopo, alla passeggiata a mare. Mezz'ora, poi il vociare e i palloni e i pattini e i bambini e le mamme e quelli che facevano jogging sembravano coalizzarsi per rompermi i coglioni. Ero giovane, ingenuo, impaziente e pure intollerante.
E quindi vespa.
E spiaggia. E mare. E zero rotture di cazzo.
E quei venti minuti di strada a trenta all'ora fissi, col venticello dello Stretto che non smette mai di fare compagnia, dritto dritto in faccia.
E poi il pilone.
E una barca per appoggiarci le spalle, e la sabbia appena appena tiepida per appoggiarci il culo, e gli occhiali da sole per minimizzare il riverbero delle sei e mezza di pomeriggio col sole dritto negli occhi a coricarsi dietro le colline.
E due libri nello zaino.

Giusto per non farla lunga, con Fluo litigai già dalla seconda di copertina, da quel tragico distico che recitava più o meno Storie di giovani a Riccione o qualche puttanata simile. Un litigio che diventò faida alla scena della raver donna, che sospetto fosse la Santacroce che raccontava di sè stessa, appare tra le pagine succhiando una birra con la cannuccia, cosa che se il mondo fosse un posto migliore avrebbero dovuto darle sedici anni di carcere con tutte le aggravanti generiche. Vabbè. Fluo credo di averlo terminato solo per non avere la spiacevole sensazione di aver gghiavato sedicimila lire nel cesso. E da quel giorno non l'ho più ripreso. Ogni tanto fa capolino dal disastro geologico che è la mia ex stanza quando decido che si, è ora di leggere quel cazzo di libro che non mi ricordo mai come cazzo si chiama e figurarsi se mi ricordo chi l'ha scritto ma ho vaga memoria di averlo apprezzato tipo tredicxi o quattordic'anni. O qualcosa del genere. Una cacata di libro come pochi, Fluo.
Tutt'altra fortuna, invece, ebbe Paura e disgusto a Las Vegas, col determinante contributo dell'enciclopedia psichedelica che aveva in appendice, frutto di alcune delle teste più cazzute e brillanti di tutti i tempi (Marco Tullio Giordana, Marco Risi, Enrico Ghezzi, Francesca Marciano...vabbè, mi sono allargato) che proprio in quel frangente ce la misero tutta per far diventare immortale quel già fottutissimo capolavoro che era il romanzo originale. perchè il genio non lo si improvvisa.
E lo si trova a stento a Las Vegas. Non a Riccione, di certo.
E comunque.
Tutto sto bordello per dire che una cosa di Fluo me la ricordo ancora solo per una cosetta, un episodio, una frase lì, sepolta in mezzo alla marea di stronzate.
E ho il sospetto che sia il deterrente che mi ha impedito fino ad oggi di regalarlo a qualche nemico o di farne buon uso quando mi tocca di accendere la brace.
Era una frase, una sola in oltre cento cazzo di insopportabili pagine zeppe di minchiate giovanilistic-emo-in-anticipo-sui-tempi-darketto-fichettumanza.
"L'amore sempre tra le mani come un gelato al limone mangiato in riva al mare in un pomeriggio di maggio quando il più bello sta per cominciare e continuare come prima, così veloce e così immortale."
Che, a parte l'allegoria amore-gelato al limone (c'è andato più vicino Pupo, che almeno l'amore l'ha indentificato col gelato al cioccolato)
, è esattamente quello che io pensavo da anni di maggio, mese del cazzo che ogni tanto diventa sublime (intorno alla prima decina, da qualche anno).
E insomma, sapere che non ero il solo a pensarla così mi rendeva orgoglioso.
Molto bene, dissi a me stesso.


E fu la fine.





Oh, da quel cazzo di anno, me lo fossi mai riuscito a godere, sto cazzo di maggio.






Garantisce Mister TheGoblin | maggio 15, 2009 18:29 | commenti (6)


sabato, 09 maggio 2009
 



Drugo: La mia unica speranza è che Big Lebowski mi ammazzi prima che i tedeschi mi taglino l'uccello.

Walter Sobchak: No, ma tutto questo è ridicolo, Drugo, nessuno al mondo ti taglierà l'uccello...

Drugo:...grazie Walter...

Walter Sobchak:...non se potrò esprimere la mia opinione.

Drugo: Grazie Walter, questo mi fa sentire davvero al sicuro...

Walter Sobchak:...druuuuugo...

Drugo:...mi fa provare un senso, come dire, di intimo tepore...

Walter Sobchak:...druuuuugo...

Drugo:..........ma tu guarda che situazione.....e pensare che potevo starmene tranquillo con qualche macchia di piscio sul tappeto, e invece no, mi sono messo in questo casino...

Walter Sobchak:..già.....fottuti tedeschi......non è cambiato niente....fottuti nazisti...

Donny: Nazisti, Drugo?

Walter Sobchak:...per piacere Donny, l'hanno minacciato di castrazione, fai questione di lana caprina?...

Donny:...noo...

Walter Sobchak:...o mi sbaglio?

Drugo: (porcaputtana)

Donny...beh, ma lui

Drugo:...mannòòò...sono dei nichilisti, capito?...continuavano a ripetermi che non credono in niente...

Walter Sobchak:...nichilisti?......................mi venga un colpo.............allora è meglio la dottrina nazionalsocialista, Drugo, se non altro ha alla base l'ethos...

Drugo:...già...

Walter Sobchak:...e inoltre non dimentichiamo, non dimentichiamo, Drugo, che tenere un animale selvatico, un roditore anfibio come ...buuurp.....animale domestico....e perdippiù in città....non è affatto legale.

Drugo:...maccheccazzofai, la guardia forestale?

Walter Sobchak:...no, stavo solo cercando di farti....

Drugo:...maccheccazzo vuoi che me ne freghi di una marmotta!!

Walter Sobchak:...ti offriamo il nostro appoggio morale, Drugo...

Drugo:...ma quale appoggio morale...non mi serve a una mazza il vostro appoggio morale...mi serve il cetriolo, perlaputtana.

Donny:...che ci devi fare Drugo?

Walter Sobchak:...tu ti devi dare una calmata, amico. Non puoi riversare tutta questa energia negativa nel torneo...

Drugo:...fanculo il torneo...e vaffanculo anche tu, Walter.





















Garantisce Mister TheGoblin | maggio 09, 2009 01:21 | commenti (4)


giovedì, 30 aprile 2009
 

Operation Netherlands













(Quando torno poi facciamo un discorsetto, io e voi)






Garantisce Mister TheGoblin | aprile 30, 2009 19:52 | commenti (2)


martedì, 24 marzo 2009
 
La Bop's Manor guarda alle colline, invece che al mare. Guarda alle colline e ne vede il rapido declivio, il profilo frastagliato, i pini che ne puntellano la sommità. In lontananza. Quella meraviglia che al tramonto assume i tratti del sogno, il cielo colorato e tutto il resto nero, a contrasto. Un giorno Medusa ne farà un quadro, e sarà un capolavoro che la Gioconda può tranquillamente andare a nascondersi, con quel cazzo di sorrisetto e tutti i giapponesini a cianciargli intorno, gl'italiani a fotografarla di straforo e gli americani a domandarsi inclinando la testa verso sinistra come mai sia così piccola.

La Bop's Manor vede il tramonto. Proprio lì dove il sole va a riposarsi dopo una giornata di lavoro. Giornata che d'ora in avanti sarà più lunga, più stancante, più soddisfacente. Di quelle che quando torni a casa vorresti essere Walt Kowalski, cappottarti sulla sedia a dondolo del portico di casa sua, una giacciaia a portata di mano ed enne birre fredde dentro. Ecco, quando il sole va a nascondersi mentre pensa tutte 'ste cose, la Bop's Manor è lì. Testimone muta e puntuale. Di quelle che ti fanno l'occhiolino senza dirti una parola. Abbiamo capito tutto, non c'è bisogno di aggiungere altro. Questioni di complicità tra la Bop's Manor ed il sole stanco che va a riposarsi dietro le colline.

La Bop's Manor è circondata dagli alberi di limone, dagli alberi di arancio, dagli alberi di mandarino. E quando è primavera, la Bop's Manor è invasa dall'odore di zagara.

Tutt'intorno alla Bop's Manor c'è il silenzio dei giusti. Degli onesti. Giusto qualche accordo in la minore in discreto overdrive ne spezzerà la quiete. Ma è cosa buona e giusta. I giusti e gli onesti capiranno, e non s'incazzeranno. E chissà, magari chiederanno di saperne di più di quel Ron Asheton le cui note immortali risuoneranno nella Bop's Manor. Per mano di Bop. E delle sue cinque chitarre appese lungo il muro del corridoio della Bop's Manor.

Quando calerà l'inverno, affacciandosi dalla finestra della Bop's Manor potrebbe sembrare di essere all'improvviso capitati dritti dritti nella prima serie di Twin Peaks. Paesaggi crepuscolari e cime brumose immerse nelle nuvole basse. Ma sarà un attimo. Perchè basterà volgere lo sguardo solo poco più in là e il mare farà capolino. Poco, giusto perchè si sappia che è lì, e un km e mezzo in linea d'aria.

Quando nei pomeriggi d'estate le cicale canteranno, la Bop Manor's sarà invasa dal sole del tramonto, e sarà inondata di luce arancione. Di quella che ti fa sospirare durante i pomeriggi d'estate, di quelli senza problemi, di quelli nei quali il mondo è per un paio di minuti il migliore dei mondi possibili, e volendo quel progetto di arrivare sulla luna entro la fine del decennio non sembra poi così lontano.

E quando calerà la sera, una sera d'estate, sulla terrazza della Bop's Manor ci saranno sedie improvvisate e parecchie bottiglie di Corvo Glicine, e pesci sapientemente scelti lì, a rosolare sulla griglia, e amici e amiche che parlano e non parlano, si guardano e non si guardano, si sfiorano e si annusano. E quando le bottiglie saranno vuote, le sedie sparpagliate e la brace sarà spenta, sulla Bop's Manor calerà il silenzio. E quel silenzio è uno sguardo verso il cielo che sembra voler dire "occhei capo, a questo giro sei stato grande". E per un attimo la cassa toracica sembrerà troppo stretta.

La Bop's Manor scruta l'orizzonte. E vede il futuro. Lo vede sulla cresta delle colline, tra i pini e gli abeti che da lontano sembrano piccolissimi, tra il cielo striato di rosso e la terra scura, buia, contrastata.

Quando gli alberi perderanno le foglie, le finestre della Bop's Manor si andranno pian piano chiudendo. Perchè per certe cose è necessaria un po' di riservatezza. Un po' di pudore. E quando le sere si faranno lunghe, quando le giornate diventeranno giusto un battito di ciglia, la Bop's Manor s'illuminerà di colori. Perchè, alla fine, la morte non è che un nuovo inizio.

Proprio ieri che diventavano trentasei, guardavo quelle quattro pareti che sono state il confine del mio universo per ventisei anni. Per ogni centimetro quadrato di carta sui muri avrei saputo ricordare l'evento correlato, con un margine d'errore scandito temporalmente in due o tre minuti, non uno di più. Il mio passato. Tutto il mio passato. Una vita intera, forse anche due. O tre. Il mio passato che è lì. E lo lascio lì. Come un mausoleo.

Proprio ieri che ne facevo trentasei ho sognato la Bop's Manor. Che mi ha sussurrato all'orecchio tutta la storia. Degli inverni, delle estati, delle primavere. Pure degli autunni, che temo sappia quanto mi possano stare sul cazzo a me, gl'autunni. Mi ha raccontato tutta la storia. Facce, protagonisti, comparse, luoghi, cose fatte, cose dette, e cose nè fatte e nè dette. E ha concluso con una sola parola.

"Sbrigati".







Garantisce Mister TheGoblin | marzo 24, 2009 14:48 | commenti (7)


lunedì, 09 marzo 2009
 

Dio c'è.




Poi vedo meraviglie come queste e mi convinco che dovrei bestemmiare più a lungo, con più frequenza ed a volume maggiore.


Perchè uno vede cose di questo genere e non può fare a meno di pensare che un dio, uno qualsiasi, esista. Deve esistere, per forza. Immaginare una cosa così non è da essere umano. Una cosa del genere basta viverla per un paio di minuti e non esiste più nient'altro.

E poi magari ci penso un secondo e mi vengono in mente tutte le puttanate che mi trovo a subire ogni giorno. Direttamente e soprattutto indirettamente. Perchè si, i miei cazzi sono sicuramente enormi e insormontabili, ma le braccia le ho tutt'e due, le gambe anche, non sono nato in Rwanda e gli israeliani non mi bombardano casa un giorno si e l'altro no. Tanto per dire.

Eppure, da qualche parte, c'è qualcuno sul quale dio, uno qualsiasi, si è scapricciato. E gliele manda tutte. ma proprio tutte. E non gliene fa mancare nessuna.

E forse penso che il prezzo per il quale io una domenica pomeriggio posso assistere a questo miracolo sono le tonnellate di merda gettate così, con accanimento scientifico, su qualche altro. Una specie di dare e avere su scala universale.

Io gliela domanderei, 'sta questione. "Perchè"?, gli domanderei. E lui mi risponderebbe "Cazzi miei". Oppure "Perchè io posso". Tipo Barack Obama, ma più cazzuto. E io a questo punto che cazzo dovrei dirgli? Niente. Lingua in culo e pedalare.
Ha ragione lui, fino a quando mi regala queste cose la domenica pomeriggio.

Io un dio che rende possibile tutto questo, tutta la meraviglia del mondo e tutta la merda del mondo, proprio non riesco a capirlo.
Sarà per via del fatto che lui è immortale ed io non sono nient'altro che un coglione, che le sue vie sono infinite e le mie invece sono le stesse tutti i giorni, mattina andata e sera tardi ritorno.

Sarà che lui è lui e io non sono un cazzo.

Secondo me dio è una specie di gigantesco, enorme, onnipotente Marchese del Grillo.





Garantisce Mister TheGoblin | marzo 09, 2009 17:29 | commenti (12)


mercoledì, 25 febbraio 2009
 
Quindi, ricapitolando.


Prima si bucava. Di brutto, pare. E feteva a carogna, con la maglia addosso sette giorni su sette.


Fino a qualche anno fa aveva gli amici che gli rompevano i coglioni fin dentro casa.


Adesso si scopre che era  gay. Poi però è guarito, pare.


Insomma, Luca.


Ma che cazzo di problemi hai?

















Post come questi mi fanno irrimediabilmente capire che forse è ora di avvolgere le bambole e porre fine a quest'accanimento terapeutico che qualcuno impropriamente chiama ancora blog.

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 25, 2009 20:21 | commenti (6)


giovedì, 19 febbraio 2009
 
Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 19, 2009 14:02 | commenti (3)


giovedì, 05 febbraio 2009
 
 
Poison Ivy è rimasta sola.





Andato anche lui, quella specie di demonio col microfono in mano.

Lux Interior.

Io comincio anche a rompermi un po' il cazzo, eh?

 Uno al mese.

Evvaffanculo, dai.







Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 05, 2009 10:49 | commenti (8)


venerdì, 23 gennaio 2009
 
Certe volte penso che mi piacerebbe essere le dita di Mick Taylor, di quel Mick taylor a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, quando Mick Taylor poteva permettersi di fanculeggiare i Rolling Stones e andarsene sbattendo la porta, capisci? I Rolling Stones del 1973, roba che solo per il fatto di esistere praticamente giustificavano l'esistenza di un essere superiore. Mi piacerebbe essere le dita di Mick Taylor, dita che bruciano, dita che sventrano montagne, dita che se appena appena me le poggiassi sulla schiena, ecco, si, proprio lì, sono sicuro che se me le poggiassi sulla schiena mi passerebbero tutte le cicatrici di una settimana grigia, scura, umida, faticosa, senza particolari soddisfazioni, avara anche di quel minimo di cazzi miei che con l'abilità di un contorsionista mi ritaglio tra un centesimo di secondo libero e l'altro.

Vorrei essere quella nota satura di Gibson Firebird reverse che si sente all'inizio di "Darling Darling", l'ultimo lascito degli Hellacopters, l'ultimo atto di una spettacolare saga rock'n'roll che dal 1994 al 2008 ha riportato a galla tutto quello che di vergognosamente scandaloso ed eccitante c'è stato nel mondo della musica da quando Elvis mise piede nei Sun Studios per registrare una canzoncina d'auguri per la madre, nel 1952 o giù di lì. Io ascolto questa canzone e mi viene in mente tutto il male possibile sul destino dell'umanità, perchè se anche gli Hellacopters gettano la spugna vuol dire davvero che non c'è più un cazzo da fare ed è meglio se ci estinguiamo al più presto e lasciamo spazio all'evoluzione umanoide dei rettili. Che forse ripensandoci e osservando dove cazzo c'ha portato l'evoluzione umanoide delle scimmie forse è meglio che i rettili continuino a strisciare e prendere il sole a sbafo.

Vorrei essere le dita di Mick taylor e volare altissime sull'onda di qualcosa che non ho ancora ben capito cosa, ma comunque volare, volare e lasciarsi dietro un sacco di piccole e grandi rotture di coglioni, piccole e grandi delusioni, piccoli e grandi pali di faccia che sto minchia di 2009 sta seminando a minchia piena lungo il mio cammino, decisissimo a farsi sfanculare che non è nemmeno passato un mese dal suo inizio.

Che non me lo sono scordato, io, che la prima notizia che ho appreso, una volta ripresomi dallo stordimento delle feste, è stato che Ron Asheton era morto. Che forse, ma forse, ma solo forse, mi consolo raccontandomi la favoletta che sia andato in un posto che di certo gli compete molto di più di un mondo che lo ha schifato come un appestato invece di dedicargli statue equestri in ogni piazza in cui lo spazio dedicato alle statue equestri non fosse già occupato da Garibaldi o da qualche imperatore romano. Evvaffanculo, che ancora non l'avevo scritto pur avendolo pensato tipo seicento volte dall'inizio del post.

E poi c'è quella questioncina, quell'avviso di garanzia che mi è stato recapitato caldo caldo dal solerte maresciallo capo che quasi rideve a leggermi le imputazioni per le quali stanno indagando, e che rideva - senza quasi - mentre mi informava sornione su chi ha voluto che si indagasse, sapendo che ne avrebbe avuto mille volte la voglia e invece cazzi, tenta di ficcarmela in culo per procura. Cose che capìtano, dice uno. Un cazzo, rispondo io. Che almeno capitino per le ragioni per le quali devono capitare, aggiungo.

Evvabbè.

Continuiamo così, mi raccomando.



Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 23, 2009 19:04 | commenti (5)


martedì, 06 gennaio 2009
 

"Floatin' 'round in a Real-O-Mind"







17.07.1948


06.01.2009




(Ciao Ron. Sarai in buona compagnia, ovunque tu vada)








Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 06, 2009 16:25 | commenti (6)


domenica, 04 gennaio 2009
 

Mavaffanculo va

(meglio metterlo subito in riga, il 2009)

 

 

 

 

 

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 04, 2009 03:12 | commenti (1)


martedì, 23 dicembre 2008
 
Santa's coming to town.





Ma se io per Natale.... (uno)




















Ma se io per Natale... (due)

















Ma se io per Natale... (tre)






















E invece....







...presumibilmente...








...io...








...per Natale
...
















(Oh Yeah All Right)




Garantisce Mister TheGoblin | dicembre 23, 2008 20:08 | commenti (5)


sabato, 20 dicembre 2008
 
Your own personal Facebook

Premesso che:

che non sono registrato su Facebook,
e che non ho intenzione di farlo
e che nondimeno sono interessato a che il mondo conosca i miei cazzi nei più minimi dettagli
senza però che ne venga meno il vincolo di assoluto diviento di frantumarmi la minchia con amizizie non richieste
e con quiz rispondendo ai quali la mia intelligenza si sentirebbe terribilmente mortificata.

mi prendo la libertà di facebookare il mio blog semel in anno, visto che l'anno sta per finire e poi oh, qui è casa mia, saranno anche cazzi miei quello che faccio oppure no?
E quindi:

Bop esplora nuovi e inediti orizzonti della blasfemia.

Bop è al lavoro di sabato, il sabato precedente in Natale, e questa se la lega al dito, riservandosi di ricordarsene quando si vedrà faccia a faccia col creatore.

Bop continua a ripetere a sè stesso, come un mantra, di non avere bisogno di una chitarra nuova. Men che meno di una Stratocaster. Bianca. Tipo quella di Jimi Hendrix, ma dal lato giusto. No che non ne ha bisogno. Per niente.

Bop riflette sulle implicazioni palinculistiche delle mansioni che sarà chiamato a svolgere l'anno che verrà.

Bop gradirebbe brindare con il sangue di un buon 80% del genere umano.

Bop se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Bop quando non ci sarà più bisognerebbe aver avuto l'intuizione geniale di clonarlo.

Bop si accorge delle enormi cazzate che dice o scrive, ma visto che nella vita la convinzione è tutto, si compiace di pronunciarle o scriverle con una certa disinvoltura e con una millantata competenza, si che all'improvviso assurgano a verità e rivelazioni pari a quelle del vecchio testamento. E questo è quanto, pressappoco.

Bop si domanda perplesso la ragione per la quale il mondo non è ad immagine e somiglianza del suo progetto, scuotendo sconsolato la testa e continuando a pensare che sarebbe certamente un posto miglior in cui vivere.

Bop esce di casa, va a lavoro, trascorre un minimo di dodici ore a farsi ilo culo, esce da lavoro, va a casa e si corica. Durante tutto sto popo' di avventure che nemmeno Arthur Conan Doyle, Bop rivolge epiteti ingiuriosi al creatore.

Benchè Bop si ritenga globalmente soddisfatto della sua sfera esistenziale, capita che durante la notte si svegli, ponendosi interrogativamente la questione se trasformare ritmicamente ossigeno in anidride carbonica rientri tra le pratiche che si possano comunemente definire "vita".

Bop è Bop.

Bop e uno e trino. Perchè praticamente le palle, a furia di ingrossarsi, hanno assunto caratteristiche antropomorfe.

Bop guarda la Kawasaki prendere polvere e si compatisce, caricando testate al pilastro in cemento armato del garage. E manco a dirlo, insulta il paradiso e ridisegna le gerarchie celesti.

Bop c'ha due palle così. Bop ha il cazzo duro. Bop ha il buco del culo dolorante. A Bop gliela sucano. Bop ve la mette nel culo a sangue. Bop schiva cazzi che puntano decisi al suo culo. Bop ringrazia gli organi genitali, la cui esistenza ha ampliato in proporzione geometrica il numero di metafore efficaci in possesso di chiunque abbia un vocabolario medio di trentacinque parole.

Bop Bop Bop Bop Bop.

Bop sta per avere una reazione psicotica.

Bop dorme sotto l'albero di Natale.

Bop è l'albero di Natale.

Bop è Babbo Natale.

Bop è Natale.

Bop è.






E voi non siete un cazzo.



Garantisce Mister TheGoblin | dicembre 20, 2008 17:31 | commenti (4)


lunedì, 15 dicembre 2008
 
Allora.

Gli stivali da motociclista e ce li ho.

I jeans che mi fasciano il culo li porto proprio adesso

Il giubbotto di pelle non mi manca mai.

Nero

I guanti di pelle quando fa freddo.

Neri pure loro.

I capelli sono praticamente uguali.

Neri, mano a dirlo.

Le basette, vabbè.

La moto e c'è pure.

Retrospettivamente mi spiego anche la predilezione per Village People e Turbonegro.



Mi mancano i baffi ed il berretto di pelle.

Per i baffi provvedo in una settimana.

Se qualcuno per Natale volesse regalarmi il berretto di pelle gliene sarei decisamente grato, magari ringraziandolo in tema. E non intendo in tema natalizio.









Da oggi in poi chiamatemi Bop of Finland.


Garantisce Mister TheGoblin | dicembre 15, 2008 19:46 | commenti (8)


martedì, 25 novembre 2008
 

“Minchia, sei troppo una troia”.
“Bastardo, non ti fare più vedere, stronzo immondo che non sei altro”.
“No, dai, non fate così. Fate la pace”.

Mi giro. Si gira anche lei. Lo guardiamo a bocca aperta e facce interrogative. Ci fissiamo negli occhi. Poi torniamo a guardarlo. Ancora a bocca spalancata.

Io Pierguido l’ho conosciuto così. Un tipo allampanato, magro magro, coi capelli ricci e lunghi fino alle spalle ed un preoccupante inizio di chierica giusto alla sommità posteriore del capo. Un puro di cuore. Aveva vent’anni. Io ne avevo ventuno. Era il 1994. Fine agosto.

Smettiamo di insultarci, io e lei.  E lo guardiamo. “Ecco, mi ha colpito con la bottiglia, sono in coma e sto delirando”, penso io. Perché non poteva spiegarsi altrimenti la circostanza che un tizio che ho scoperto successivamente essere dolorosamente somigliante ad un Vinicio Capossela postadolescente, che ne io né lei conoscevamo, se ne uscisse con quella dichiarazione di pace, amore universale ed empatia diretta a me e a lei che già eravamo nella fase di maneggiamento di armi improprie.

“Davvero. Non fate così. Fate pace. Dai. Dai.”
Al secondo dei due “dai” non ho potuto farne a meno. 
“No, scusa, ma tu chi cazzo saresti? Così, giusto per sapere”, gli domando, col supporto strategico di lei che secondo me aspettava solo che mi distraessi per piantarmi tra le scapole il machete che sapevo nascondesse da qualche parte.
“No, cioè. Tu non mi conosci, ma io conosco te. Cioè, non conosco te, conosco Massimo. Massimo il chitarrista”, precisa, probabilmente avendo subliminalmente colto la mia perplessità nei confronti della supposta conoscenza comune. “Massimo, il chitarrista”, aggiunge. Puro Pierguido.

“Sei un bastardo, un pezzo di merda, un figlio di troia”, incalza lei, alla quale evidentemente gli appelli alla pace gliela ventilavano più e più volte. E mi riporta alla realtà. Durissima realtà.

“Dai, non fate così”, continua Pierguido. E mi mette un braccio sulle spalle. E mi trascina via, che già avevo gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca e le fauci che pregustavano. Braccio attorno alle spalle, e mi allontana. E stranamente, invece di sacrificarlo sull’altare del mio incazzamento terminale, mi lascio allontanare. E mi siedo sugli scalini del teatro.

“Senti, appurato che conosciamo tutt’e due Massimo il chitarrista, mi dici chi cazzo sei e soprattutto che minchia vuoi?”, gli domando, omettendo la parte in cui confessavo la volontà di commettere un uxoricidio.
“No, cioè. Così, vi ho visti litigare e siccome non mi piaceva vi ho fermati”.


E' così che è andata.

 
Ciao Pierguido.
Questa cosa te la racconto adesso, perché in quatordici anni non ho mai avuto modo di farlo. Io quella sera ti avrei volentieri rotto il culo. A te, a lei, alle sue amiche (una delle quali, incidentalmente, è mia amica, collega, frantumatrice di cazzo e molto, molto altro), al mondo, a tutti quelli che in quella precisa sera di fine agosto del 1994 erano di guardia al bisolo del Panama, lì, dietro l’angolo, a trenta metri da quello psicodramma che si stava consumando, in quella rottura che si stava sublimando, in quella storia che stava finendo con strascichi velenosissimi dopo quasi due anni e un bel po’ di traversie e patemi e voli radenti e atterraggi rovinosi.
Io non lo sapevo, e non lo sapevi nemmeno tu, ma quella sera, grazie a lei ed alla sua capacità di farmi annebbiare la vista dall’incazzatura, io e te stavamo ponendo le basi per una delle quattro o cinque cose che nel letto di morte faranno sì che io me ne vada con la certezza di aver combinato qualcosa di buono, durante la mia esistenza in vita.


“Io suono la chitarra”, mi confessi
“Si, lo so. Ho visto gli Erezione Libera un paio di settimane fa”, ribatto io, che proprio l'ultimo arrivato non sono.
“E tu? Che suoni?”
“Io suono il basso. Con Massimo e con Stefano. Ma pare che non suoniamo più. Boh?”, concludo scoglionatissimo
“Senti, perché non formiamo un gruppo?”
“Ah”.


Nascevano così, i gruppi, nella città ventosa, nel 1994. Io sono, tu suoni, mi pare ovvio che il prossimo passo sia suonare assieme. Tanto più che tu, Pierguido, eri uno di quelli che suonava sul serio. Erano un gran gruppo, gli Erezione Libera. Che sembravano il risultato del tour bus dei Red Hot Chili Peppers dopo un frontale con il pullmino di Elio e le Storie Tese. E insomma. Come cazzo ti è venuto in mente di proporlo proprio a me, che non sapevi nemmeno che cazzo suonassi, è stato motivo di lunghe considerazioni interrogative, nei mesi a venire.

“E che suoniamo?”, chiedo stavolta io, dubbioso.
“Boh? Io ieri ho visto i Senzabenza al Pipa Pub”.
“Minchia. Io li ho visti due giorni fa a Catania. Piaciuti?”
“Si”
“Occhei”, concludo, senza nutrire particolari aspettative riguardo a tutta la faccenda. E invece.
“Domani pomeriggio porta il basso a casa mia e proviamo”
“Occhei”
“Anche l’amplificatore”
“Occhei”
"Mettiamo sù un gruppo tipo Senzabenza".
"Occhei".

Al quarto occhei uscito meccanicamente dalle mie corde vocali ho capitolato. Era chiaro che qualcuno stava riprendendo tutta la vicenda per poi montarne una enorme candid camera. Non c’era altra spiegazione. Io e lei che ci scanniamo come i cani, poi ‘sta specie di San Francesco in acido mi spara lì una discussione assurda condita da una serie di considerazioni sull’universo di pura metafisica che si, insomma, ad un certo punto ho davvero creduto di vedere gli omini verdi fare la ola. Anche perché sui gradini del teatro, nel frattempo, erano allineate parecchie bottiglie di birra.



E insomma, gli Airwalkers sono nati così. Una sera di fine agosto del 1994.



Niente, tutto questo preambolo per dire che stanotte, mentre ascoltavo Transformer di Lou Reed mi sono svegliato in preda ad una strana sensazione di nostalgia, di quelle che ti prendono la gola e stringono fino a soffocarti e mi sono messo a ricordare, e alle tre e quaranta di notte i ricordi sono sempre abbastanza sfocati, figurati poi con Transformer in sottofondo a volume bisbigliato, bello notturno e urbano come solo Lou Reed al suo meglio è riuscito ad essere, e insomma, ho pensato a Salvatore che ormai ha cambiato emisfero e vive a Sydney, al Brothell Dom che è indeciso tra Bologna e Firenze e nell’indecisione abita ormai sul treno, a te a Milano che la penultima volta che ti ho visto sembravi Robinson Crusoe e invece l’ultima volta assomigliavi a Phil Collins, e a me qui, a scrivere, a svegliarmi la notte col groppo ingiustificato in gola, a tenere alta la memoria, alle quattro di una notte tra lunedi e martedi di un fine novembre del 2008, a otto anni di distanza dall’ultimo concerto, dall’ultima volta che abbiamo messo a ferro e fuoco un palco, dall’ultima volta che ho avuto il fischio nelle orecchie per tre giorni consecutivi, dall’ultima volta che ti ho visto fare i cori col microfono che puntava la fronte invece che la bocca, dall’ultima volta che ti ho visto rompere quattro corde a concerto, dall’ultima volta che ti ho rinfacciato di aver cancellato tutti i missaggi dell’ep “The Frog Sessions” per troppo rincoglionimento indotto dalla droga, dall’ultima volta che ci siamo abbracciati prima di iniziare a suonare e dall’ultima volta che ci siamo abbracciati, sorridenti e sudati, dopo aver per l’ultima volta abbandonato il palco ed aver rotto il culo al 96% dei gruppi del mondo, dall’ultima volta che abbiamo guardato le stelle ubriachi di musica e di sospironi e di progetti luminosi per il futuro, dall'ultima volta che ho guidato tutta la notte per portarci a casa dopo aver suonato in posti che altro che navigatore satellitare, nemmeno le mappe di Marco Polo vaffanculo, dall’ultima volta che ho scritto capolavori che nessuno mai avrà il privilegio di conoscere, dall'ultima volta che esaltatissimo te li facevo ascoltare per telefono, con la cornetta stretta nella spalla e gli accordi in minore che dall'altro lato del filo non capivi un cazzo ma mi facevi sentire sempre come se qualsiasi cacata io avessi suonato avrebbe potuto tranquillamente giocarsela coi Rolling Stones del 1969, dall'ultima volta che ti spuntavo a casa ad orari improbabili, attaccavo il jack della chitarra e ti dicevo "ascolta questa", dall'ultima volta che scrivevo i testi sul quadernone e li cantavo per telefono, dall'ultima volta che discutevamo di arrangiamenti lì, nella tua stanza mentre tu rollavi e sderenavi canne su canne su canne, dall’ultima volta che abbiamo suonato quella complicatissima sequenza di accordi che da solo sembrava un cesso e invece in due s’accendeva di magia, dall’ultima volta che ci siamo presi a cazzotti e dall’ultima volta che abbiamo scritto l’ennesimo capitolo nella bibbia della ficaggine universale, io, tu, Brothell Dom e Salvatore, gli Airwalkers, che riposino in pace e che chi di dovere li abbia in gloria, ecco, da quelle centomila ultime volte che ieri notte mi sono reso conto che porca puttana quanto cazzo mi mancate tutt’e tre, quanto cazzo mi manca sentirmi qualcuno con la Les Paul goldtop a tracolla, bassa bassa e le vene del collo gonfie per lo sforzo di sovrastare gli amplificatori con le corde vocali, quanto mi manca quel gangsterismo che come noi solo i Clash, forse, e mi manca la sensazione di sentirmela sucata quando in sala prove la prima volta che si suonava il pezzo nuovo c’era in giro talmente tanta energia che Nagasaki si poteva tranquillamente mettere di fianco. Ecco quanto. E proprio mentre mi veniva in mente tutto questo, e guardavo fuori, e fuori già albeggiava, e Lou Reed cantava per la settima volta di Holly, Candy, Sugar Plum Fairy, Andy e tutti i freak di quel disco magico, mi sono accorto che, non so per quale strano gioco del destino, proprio oggi, dieci anni fa, andavamo oltre Stretto a legittimare il nostro ruolo di profeti del Rock’n’Roll davanti alla “scena” che già ci detestava perché quante pisciate in testa può sopportare una "scena" da parte di quattro criminali pieni di iubris che sono troppo superiori, se ne compiacciono un bordello e oltretutto non fanno assolutamente niente per dissimularlo?



Ecco.

Questa foto compie dieci anni.

Proprio oggi.













Garantisce Mister TheGoblin | novembre 25, 2008 17:27 | commenti (12)



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